Raffaele Corrado
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Un garantista alla corte del PD PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
sabato, 01 marzo 2008 14:20

  La nostra lunga esperienza politica e giornalistica ci ha abituato a vederne di tutti i colori: ma certi errori della magistratura francamente non riusciamo proprio a digerirli. Ci viene in mente il recente caso di Gravina di Puglia, dove un magistrato ordinò l’arresto del padre dei fratelli Pappalardi, con l’accusa di omicidio, perché i due ragazzini non potevano essere stati vittime di una disgrazia; ci viene in mente il caso di un sostituto procuratore del tribunale dei minori di Milano che qualche anno fa accusò un povero papà di avere sodomizzato la figlia di due anni, che invece aveva un cancro al retto, del quale morì; ci vengono in mente i casi di tanti delinquenti in attesa di giudizio messi in libertà per decorrenza dei termini di custodia cautelare, fatti scadere indovinate da chi, e poi diventati pluriomicidi. Insomma, c’è roba in abbondanza per farci venire la pelle d’oca. Certo: in tutti i lavori c’è gente che sbaglia, più o meno colpevolmente. Ma chi sbaglia di solito paga: ovunque, tranne che in magistratura, un mondo che vive di autocontrollo, un mondo dove non c’è distinzione di carriera tra persone meritevoli e incapaci.

E a proposito di errori giudiziari ce ne torna in mente uno clamoroso di casa nostra, quello di cui è stato vittima l’onorevole Franco Pacenza, che proprio in questi giorni, e la notizia è stata del tutto ignorata dalla stampa nazionale, è stato prosciolto dall’accusa di concussione psicologica nei confronti di Franco Rizzo, un imprenditore italo tedesco finito sotto accusa per presunti illeciti nell’utilizzo di fondi comunitari destinati all’industria. Pacenza, come ricorderete, per quella vicenda fu arrestato ignobilmente circa un anno e mezzo fa e altrettanto ignobilmente fece qualche giorno di galera che gli valsero i suoi quindici minuti di immeritata gloria nazionale.

Oggi, però, al di là della vicenda umana dell’ex capogruppo dei DS calabresi, la domanda che ci poniamo è la seguente: Pacenza, ora approdato nelle file di un PD che dovrebbe essersi depurato di tutte le scorie del suo vergognoso passato comunista, dopo quella brutta esperienza, che gli ha fatto conoscere la devastante furia giustizialista di certe procure, sarà capace di diventare un convinto garantista e combattere una vera battaglia politica: quella per una giustizia giusta? E se ciò avverrà, sarà capace di dare un sostanzioso contributo politico a quanti, nello stesso PD, proveranno a promuovere un serio dibattito sulla riforma, improrogabile, della giustizia? Riuscirà a far capire a tante gente del suo partito che questa riforma è indispensabile non per un interesse di destra o di sinistra, ma per la sicurezza degli italiani che sono tutti in libertà provvisoria? E ancora: proverà a convincere i suoi dirigenti nazionali, e non solo, che la convivenza con Di Pietro e il partito delle procure sarà alquanto difficile?

Pensiamo che Pacenza, che è sempre stato un ligio dirigente di partito, tutto sommato anonimo e non molto fantasioso, proprio per questa sua fedeltà agli ordini di botteghe e botteghini, non sia del tutto convinto che una battaglia del genere sia utile alla sinistra ex comunista, che proprio grazie al giustizialismo di alcune procure è riuscita a legittimarsi come classe di governo. Lo dicono le sue prime dichiarazioni, che pare vadano in tutt’altra direzione. Tuttavia pensiamo che questa battaglia, Pacenza, dovrà almeno provare a combatterla e vi spieghiamo perché.

Intanto, la sua parabola politica è in fase discendente poiché né è stato candidato alle politiche né pensiamo abbia più chance di essere ricandidato alla Regione (almeno in base a quello che si legge sui giornali). Perciò gli proponiamo, sfruttando così la sua vicenda personale e l’occasionale popolarità che quella vicenda gli ha dato a livello nazionale, di schierarsi con noi, garantisti storici, per proporre due o tre cosette semplici semplici, e questa volta veramente per realizzare gli interessi generali, come spesso usa dire sbrigativamente: favorire un dibattito politico, nel PD, di cui è dirigente regionale, per introdurre immediatamente, nel nostro ordinamento, in maniera bipartisan, la responsabilità civile dei giudici (questa volta diretta e non come avviene oggi tramite lo Stato che paga gli errori dei giudici coi soldi dei soliti contribuenti tartassati), la separazione delle carriere, un accesso più selettivo alla professione di magistrato, una carriera basata sul merito e non sull’anzianità e soprattutto la fine di quella vergogna nazionale che si chiama carcerazione preventiva.

E’ evidente che scelte del genere, se fatte con onestà intellettuale, potrebbero raccontarci di una classe dirigente di sinistra finalmente riformatrice, che si mette in discussione, che fa autocritica, che pensa sul serio a un paese nuovo che “si può fare” e non a semplici operazioni di facciata..

Ultimo aggiornamento ( luned́, 10 marzo 2008 21:37 )
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